Sergio Cima
Radiografia connessa al cancro alla prostata
“Vogliamo rassicurare i pazienti che il rischio in termini assoluti è piccolo e non ci sono prove dirette che i test radiologici abbiano provocato alcun caso di cancro”. Così Kenneth Muir della Division of Epidemiology and Public Health alla University of Nottingham ha commentato i risultati di uno studio pubblicato sul British Journal of Cancer in cui veniva evidenziata una correlazione tra esposizione a radiazioni ionizzanti emesse da strumenti diagnostici (come i raggi x) e l’aumento di rischio di cancro alla prostata.
In particolare, la ricerca ha rilevato che, nel campione di 431 uomini preso in considerazione, quelli che si erano sottoposti nei dieci anni precedenti a radiografie a femore e bacino o a un clisma opaco presentavano un rischio più che raddoppiato di incorrere in cancro alla prostata. Le probabilità aumentavano ulteriormente se era presente una familiarità per questa forma tumorale.
Lo studio, il primo di questo genere, è stato finanziato dalla Prostate Cancer Research Foundation (PCRF) ed è parte del Genetic Prostate Cancer Study (UKGPCS) inglese.
Myles P, Evans S, Lophatananon A, Dimitropoulou P, Easton D, Key T, Pocock R, Dearnaley D, Guy M, Edwards S, O'Brien L, Gehr-Swain B, Hall A, Wilkinson R, Eeles R, Muir K.
Diagnostic radiation procedures and risk of prostate cancer.
Br J Cancer. 2008 Jun 3;98(11):1852-6. Epub 2008 May 13.
Arachidi e rischio asma
Per le donne in gravidanza, mangiare quotidianamente arachidi o derivati significa aumentare notevolmente (di circa il 50 per cento) il rischio che il nascituro soffra d’asma. A mettere in evidenza la correlazione uno studio pubblicato sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine, la rivista della Società americana di medicina toracica. Era già noto che gli arachidi contenessero potenti allergeni ma “Siamo sorpresi di vedere quest’associazione – ha dichiarato Saskia M. Willers, uno degli autori dello studio – perché nelle precedenti ricerche non avevamo notato nulla di simile”.
L’auspicio degli scienziati è ora che la ricerca presti maggiore attenzione all’impatto degli allergeni in gravidanza, anche se avvertono: “Le donne in gravidanza non seguano una dieta a basso contenuto di allergeni: ciò potrebbe comportare un serio rischio di malnutrizione sia per la mamma sia per il bambino”.
“Gli arachidi – concludono – potrebbero però rappresentare una delle rare eccezioni”
Saskia M. Willers, Alet H. Wijga, Bert Brunekreef, Marjan Kerkhof, Jorrit Gerritsen, Maarten O. Hoekstra, Johan C. de Jongste, and Henriette A. Smit
Maternal Food Consumption during Pregnancy and the Longitudinal Development of Childhood Asthma
Am. J. Respir. Crit. Care Med. 2008; 178: 124-131.
Individuato l’interruttore dell’ovulazione
Si chiama Lrh1 (Liver receptor homolog 1) ed è un gene implicato in numerosi processi biologi: dal metabolismo della bile al meccanismo di sintesi degli ormoni steroidei fino alla proliferazione cellulare. Ora, dopo la pubblicazione sulla rivista Genes & Development di uno studio realizzato da un gruppo di ricercatori canadesi ed europei, si profila un ulteriore ruolo per questo gene tuttofare: la regolazione – fino al blocco totale – dell’ovulazione.
"Finalmente abbiamo dimostrato che Lrh1 è essenziale nella regolazione dell’ovulazione”, esulta Bruce D. Murphy, direttore dell’Animal Research Centre alla facoltà di medicina veterinaria all’Université de Montréal, che illustra i potenziali applicativi della scoperta: “Possiamo immaginare nuovi contraccettivi in grado di bloccare l’ovulazione con minori effetti indesiderati dei farmaci attuali”. Inoltre – aggiunge il ricercatore – è un’importante scoperta per le coppie sterili: il ruolo chiave di questo gene, ci suggerisce che possa essere manipolato per stimolare l’ovulazione e, potenzialmente, il concepimento.”
Duggavathi R, Volle DH, Mataki C, Antal MC, Messaddeq N, Auwerx J, Murphy BD, Schoonjans K.
Liver receptor homolog 1 is essential for ovulation.
Genes Dev. 2008 Jul 15;22(14):1871-6.
Diabete: il perché delle complicanze microvascolari
Ricercatori dell’University of Bristol, in uno studio pubblicato sulla rivista Circulation Research, hanno chiarito le ragioni dell’insorgenza nei pazienti diabetici di complicazioni microvascolari, origine di ulcerazioni, gangrena e talvolta amputazioni.
Il ruolo chiave, secondo i ricercatori, è svolto da un fattore di crescita denominato p75NTR la cui produzione è stimolata dal diabete. P75NTR frena la crescita di nuovi vasi sanguigni impedendo quindi la sostituzione di vasi danneggiati e la morte dei tessuti che si trovano a valle.
"La nostra scoperta dimostra l’importanza di comprendere I singoli fattori responsabili delle singole complicazioni indotte dal diabete”, ha dichiarato Costanza Emanueli della Bristol University, che ha aggiunto: “I dati rivelano che sopprimendo l’azione di un solo gene noi possiamo recuperare i tessuti danneggiati da un insufficiente apporto di sangue. È una nuova strada nella sfida alle complicazioni vascolari del diabete".
Caporali A, Pani E, Horrevoets AJ, Kraenkel N, Oikawa A, Sala-Newby GB, Meloni M, Cristofaro B, Graiani G, Leroyer AS, Boulanger CM, Spinetti G, Yoon SO, Madeddu P, Emanueli C.
Neurotrophin p75 Receptor (p75NTR) Promotes Endothelial Cell Apoptosis and Inhibits Angiogenesis. Implications for Diabetes-Induced Impaired Neovascularization in Ischemic Limb Muscles.
Circ Res. 2008 Jun 19.
Trapianti e cancro: destini incrociati
Ricercatori dell’ Harvard Medical School hanno identificato la causa che determina un aumento del rischio di contrarre un tumore nelle persone trapiantate. I responsabili sarebbero le ciclosporine, una delle classi di farmaci somministrate per impedire il rigetto dell’organo trapiantato. Le ciclosporine, infatti, secondo la ricerca pubblicata sulla rivista Cancer Research, sono in grado aumentare la produzione di un fattore di crescita (il Vascular Endothelial Growth Factor o VEGF) che a sua volta induce la crescita di nuovi vasi sanguigni a cui il cancro può attingere per trarre nutrimento.
Buone notizie, dunque, per quel 15-20 per cento di trapiantati che sviluppano un tumore a meno di dieci anni dall’intervento: “è possibile che un agente anti-VEGF, dato con giudizio, possa ridurre in futuro l’incidenza del cancro in questa particolare classe di pazienti”, ha dichiarato uno degli autori dello studio, Soumitro Pal, dell’Harvard Medical School's Transplantation Research Center.
Overexpression of Vascular Endothelial Growth Factor and the Development of Post-Transplantation Cancer
Aninda Basu, Alan G. Contreras, Dipak Datta, Evelyn Flynn, Liling Zeng, Herbert T. Cohen, David M. Briscoe, and Soumitro Pal
Cancer Res 2008 68: 5689-5698.
Paese che vai…sopravvivenza che trovi
Pubblicata su Lancet Oncology la prima analisi globale della sopravvivenza a quattro tipi di cancro (prostata, mammella, colon e retto) a cinque anni dall’insorgenza della patologia.
Confermando le più ovvie previsioni lo studio dimostra l’esistenza di forti differenze geografiche. Tassi di sopravvivenza più alti in Nord America, Australia, Giappone ed Europa occidentale. Bassi in paesi come Algeria, Brasile ed Europa dell’est. E le differenze non sono da poco: se da una parte i tassi di sopravvivenza oscillano tra il 61 e il 92 per cento dall’altra vi sono Paesi come l’Algeria in cui i valori variano tra l’11 e il 39 per cento. A determinare simili differenze – secondo i ricercatori – la diversità nell’accesso a diagnosi e trattamento.
Cancer survival in five continents: a worldwide population-based study (CONCORD)
Michel P Coleman, Manuela Quaresma, Franco Berrino, Jean-Michel Lutz, Roberta De Angelis, Riccardo Capocaccia, Paolo Baili, Bernard Rachet, Gemma Gatta, Timo Hakulinen, Andrea Micheli, Milena Sant, Hannah K Weir, J Mark Elwood, Hideaki Tsukuma, Sergio Koifman, Gulnar Azevedo e Silva, Silvia Francisci, Mariano Santaquilani, Arduino Verdecchia, Hans H Storm, John L Young, the CONCORD Working Group
The Lancet Oncology
Sigarette manipolate per creare dipendenza?
L’accusa lanciata dall’Harvard School of Public Health (HSPH) all’industria del tabacco attraverso uno studio pubblicato in anteprima sul sito dell’American Journal of Public Health è di quelle pesanti: aver deliberatamente alterato il contenuto delle sigarette per fidelizzare i giovani neofumatori. In sostanza le compagnie, secondo quanto rilevato dai ricercatori in documenti interni alle aziende, avrebbero mascherato attraverso il mentolo il gusto aspro del tabacco e l’irritazione causata dalle sigarette, “dando tempo” in tal modo alla nicotina di creare la dipendenza nei nuovi consumatori prima che il disgusto per gli effetti spiacevoli del fumo prendesse piede.
Lo studio verrà pubblicato nella sua veste integrale sul numero di settembre della rivista, ma gli autori hanno già affilato le armi e le lingue: "per decine di anni l’industria del tabacco ha manipolato il contenuto di mentolo – ha dichiarato Howard Koh Professore alla Public Health Practice della Harvard School of Public Health e coautore dello studio – non solo per adescare i giovani, ma anche per incastrare per tutta la vita i consumatori.”
Kreslake et al. "Tobacco Industry Control of Menthol in Cigarettes and Targeting of Adolescents and Young Adults," American Journal of Public Health, September 2008, Vol 98, No. 9.
Il trapianto passa per l’ombelico
Una singola incisione a livello dell'ombelico seppur con una tecnica chirurgica molto sofisticata. Tanto basta per prelevare un rene da un donatore alla Cleveland Clinic negli Usa. Un intervento pressoché invisibile, che si candida a sostituire la già avanzatissima laparoscopia. E non solo per ragioni estetiche: anche i tempi di recupero depongono a favore della nuova tecnica. Al paziente è sufficiente somministrare antidolorifici per soli 4 giorni a fronte dei 26 della laparoscopia, inoltre dopo appena 17 giorni si può tornare al lavoro. I dieci pazienti su cui la tecnica è stata finora testata stanno tutti bene.
Ecco come lo stress ci rende vulnerabili
Lo si sente ripetere da tempo: “Lo stress può indebolire il sistema immunitario”. Tuttavia nessuno aveva finora capito esattamente il perché. Ora un gruppo di ricercatori della School of Medicine della University of California di Los Angeles guidati da Rita Effros potrebbe aver svelato l’arcano. Hanno infatti scoperto che un ormone, il cortisolo, che viene rilasciato abbondantemente nell’organismo nei periodi più stressanti, può accelerare il deterioramento di una specifica regione dei cromosomi delle cellule immunitarie, il telomero. Quest’ultimo è una sorta di “legaccio molecolare” che stringe gli estremi dei cromosomi evitando una perdita di informazione.
"Stiamo testando numerose molecole per contrastare l’effetto del cortisolo”, ha spiegato Rita Effros. “Se avremo successo – ha aggiunto – un giorno esisterà una pillola in grado di rinforzare la capacità del sistema immunitario di resistere allo stress cronico.”
Brain Behav Immun. 2008 May;22(4):600-5.
Reduced telomerase activity in human T lymphocytes exposed to cortisol.
Choi J, Fauce SR, Effros RB.
Testo dal file originale dell'autore.