Sergio Cima
epistemologia termine con cui si indica lo studio dei criteri che consentono di qualificare «scienza» (e non semplice opinione) una conoscenza. Sin dall’antichità si pensava che una conoscenza meritasse il titolo di «scientifica» solo in quanto capace di farci cogliere la natura profonda della realtà, cosicché la determinazione delle sue proprietà effettive (compito specifico della metafisica) e la determinazione dell’autentica scienza (compito dell’epistemologia) non sarebbero state che due aspetti del medesimo problema. L’interdipendenza di questi due aspetti fu ammessa anche dai fondatori della scienza moderna e costituì la base del così detto «meccanicismo» seicentesco, cioè dell’indirizzo filosofico-scientifico imperniantesi sulla tesi che la meccanica (e la geometria, considerata come parte di essa) ci fornirebbe le sole conoscenze autenticamente scientifiche della realtà naturale. Il privilegiamento di tale scienza veniva infatti così giustificato: le proprietà effettive del reale, ossia le così dette «qualità primarie», sono quelle e solo quelle geometrico-meccaniche, mentre tutte le rimanenti risultano mere apparenze soggettive; l’unica autentica scienza dovrà dunque essere la meccanica, perché in grado di descrivere esattamente tali proprietà. Per spiegare scientificamente i fenomeni di altra natura (suoni, colori ecc.) occorrerà scoprire i processi meccanici (p.e. i moti ondosi) che stanno «al di sotto» di essi.
Dato il nesso tra «autentica scienza» e «proprietà effettive del reale», è ovvio che le presunte verità scoperte da tale scienza dovevano venire concepite come assolute e immodificabili in quanto descrizioni fedeli, non di ciò che «appare» nel variopinto divenire dei fenomeni, ma di ciò che «è» nel mondo oggettivo. Assolutezza e oggettività finivano, così, per venire assunte come criteri inderogabili della scientificità: o una conoscenza soddisfa a questi due criteri, oppure essa non ha ancora raggiunto un livello realmente scientifico.
Lo sviluppo storico, tutt’altro che lineare, delle diverse scienze nei secc. xviii e xix dimostrò però in modo palese che i risultati da esse raggiunti non soddisfacevano affatto all’anzidetto criterio di assolutezza; né d’altra parte era agevole qualificarli come «non scientifici» dato che in ogni singola fase dello sviluppo rappresentavano senza dubbio quanto di più esatto l’umanità era in grado di conoscere del mondo oggettivo. Le grandi rivoluzioni attuatesi all’inizio del nostro secolo nella matematica e nella fisica fornirono poi la prova definitiva che il progresso della scienza non consiste nell’aggiunta di nuove «verità assolute» ad altre «verità assolute» già precedentemente conseguite, ma richiede non di rado una revisione radicale degli stessi principi tradizionalmente accolti come evidenti, e persino delle categorie (di tempo, spazio, causa ecc.) solitamente usate nei processi conoscitivi. Non era dunque più possibile mantenere immutati i vecchi criteri di scientificità.
Parecchi sono stati i tentativi di rispondere al problema di cosa distingue le ipotesi scientifiche, cioè le teorie avanzate in sede scientifica, dalle ipotesi non scientifiche, prive di qualsiasi credibilità. Un primo indirizzo epistemologico, riconducibile tanto al pragmatismo quanto a un certo marxismo, tende a cercare il criterio di scientificità nella prassi: secondo esso ciò che garantisce il carattere scientifico di una teoria sarebbe esclusivamente il suo successo pratico, la sua efficacia nelle applicazioni. Questa impostazione pragmatistica solleva però molte obiezioni, in primo luogo perché esistono esempi di teorie che trovarono applicazione solo parecchio tempo dopo essere state elaborate, ed è difficile sostenere che fino a quel momento sarebbero state prive di valore scientifico; in secondo luogo perché sembra più accettabile la tesi secondo cui tali teorie trovano applicazione in quanto scientificamente valide, che non la tesi inversa secondo cui sarebbero scientificamente valide in quanto ricche di applicazioni.
Altri indirizzi epistemologici cercano il criterio di scientificità nella struttura stessa delle teorie; i più importanti sono quello empiristico e quello falsificazionista. L’indirizzo empiristico, rappresentato da R. Carnap e B. Russell, sostiene che una teoria fisica, chimica, biologica ecc. ha significato scientifico se per tutti i suoi termini esistono ben determinate «regole di corrispondenza» che li collegano a certi dati osservabili. Alcuni epistemologi, seguaci del cosiddetto indirizzo operazionista, giungono ad asserire che il significato scientifico di un qualunque termine non è altro che il complesso delle operazioni empiriche eseguite quando lo si adopera.
Una volta soddisfatta questa condizione, si potrà poi dire che la teoria in esame è scientificamente valida, cioè risulta verificata, se i dati osservabili stanno effettivamente tra loro nella relazione intercorrente tra i termini a essi connessi delle «regole di corrispondenza». In caso contrario si dirà invece che la teoria risulta falsificata. L’inconveniente di questa tesi risiede nella presunzione che esistano regole di corrispondenza per tutti i termini della teoria; in realtà ciò non accade mai, potendosi dimostrare che pressoché ogni teoria scientifica contiene dei termini privi di regole di corrispondenza (i così detti «termini teorici»).
Si è cercato di risolvere questi problemi con varie modifiche all’empirismo stretto, soprattutto cercando accorgimenti che dessero significato scientifico anche alle proposizioni contenenti qualche termine teorico. Restava comunque il fatto che il concetto stesso di verificazione suscita parecchie perplessità anche quando lo si riferisca a enunciati privi di termini teorici; sono perplessità dovute soprattutto alla circostanza che nessuna osservazione, per quanto accurata, permetterà mai di verificare una autentica legge scientifica. Ogni legge scientifica asserisce infatti l’esistenza di una determinata relazione tra termini variabili in domini infiniti, sicché per verificarla occorrerebbe costatare che la medesima relazione sussiste tra un numero infinito di dati (quelli appunto corrispondenti a tali termini variabili), mentre è ovvio che i dati effettivamente raggiungibili dall’osservazione sono sempre in numero finito.
Questa difficoltà ha fatto sorgere l’indirizzo falsificazionista (propugnato da K. Popper), il quale sostiene che, affinché una teoria possa dirsi scientifica, non è necessario che essa risulti verificabile; è necessario invece che sia falsificabile, cioè che, nell’atto stesso di enunciarla, si sappiano indicare alcuni eventi la cui costatazione ne proverebbe la falsità («falsificatori potenziali»). In caso contrario la teoria in esame non sarebbe scientifica, ma metafisica. Una volta precisati questi falsificatori, lo scienziato avrà il compito di sottoporre la teoria a prove molto severe per constatare se essa resiste o no ai tentativi di falsificarla. Nel caso che resista, egli dirà non che è stata «dimostrata», ma soltanto che è stata «corroborata». Un’autentica scienza sarà pertanto costituita di teorie seriamente corroborate, ove va tuttavia notato che qualunque corroborazione per quanto seria non potrà mai risultare definitiva, non potendosi per principio escludere che ulteriori prove possano portarci a un esito antitetico a quello delle prove finora eseguite.
L’esistenza di questa pluralità di indirizzi epistemologici costituisce una conferma dell’attualità del problema di riuscire a formulare un criterio di scientificità il quale, senza più fare appello a una presunta base metafisica assoluta delle conoscenze scientifiche, sia in grado di dare un senso preciso alla obiettività di queste conoscenze, alla loro effettiva superiorità rispetto alle conoscenze prescientifiche.
Testo dal file originale dell'autore.