Sergio Cima
il pezzo principale della pagina ("Lo «sballo» da proibire") è di Ruggiero Corcella
Chi è colpito da un infarto ha oggi decisamente più chance di sopravvivere e tornare in buona salute rispetto a quanto accadeva anche solo fino a pochi anni fa. A patto che venga curato con un trattamento d'urto: un mix di angioplastica (tecnica con cui il chirurgo rimuove le occlusioni nelle coronarie), statine per abbassare il colesterolo, anticoagulanti, beta bloccanti per ridurre il bisogno di ossigeno da parte cuore danneggiato, Ace inibitori per rilassare i vasi sanguigni.
Non si tratta di ipotesi, ma di quanto osservato negli oltre 100 ospedali sparsi in 14 Paesi del mondo che hanno partecipato al GRACE, Global Registry of Coronary Acute Events, che in sei anni, dal 1999 al 2005, ha raccolto i dati di circa 45mila persone dal momento in cui sono entrate in ospedale con un infarto fino ai sei mesi successivi. Consistente la partecipazione italiana: ben 17 gli ospedali coinvolti, i cui dati sono confluiti nel registro sotto il coordinamento di Giancarlo Agnelli, dell'Università di Perugia, membro del comitato internazionale di esperti.
«L'entusiasmo che coglie chi legge i dati è fondato - commenta Joel Gore, tra gli autori dello studio pubblicato sul numero di maggio del Journal of American Medical Association - per la prima volta è stato dimostrato che adottando sistematicamente alcune procedure, la cui efficacia è nota da tempo, si può ridurre della metà il tasso di mortalità dell'infarto. Quindi meno decessi, primo risultato».
Colpisce la rapidità e il modo con cui il risultato è stato raggiunto. In soli sei anni la semplice applicazione dei vari interventi indicati dalle linee guida internazionali per l'infarto ha portato a un miglioramento consistente di un risultato di per sé già buono.
E c'è una seconda buona notizia: chi si salva da un infarto si ritrova spesso con un cuore esposto a nuovi attacchi o soffre di scompenso cardiaco; ma si è visto che chi è stato ricoverato per infarto nel 2005 ha avuto un minor rischio di subire un altro attacco cardiaco, nei sei mesi successivi al primo, rispetto a chi è stato ricoverato nel 1999. La strategia aggressiva ha evidentemente anche un effetto preventivo. Diminuiti anche i casi di scompenso cardiaco.
Negli anni analizzati nello studio si è visto che le unità coronariche hanno adottato sempre più frequentemente il mix di cure e che è migliorata la selezione dei pazienti da trattare con specifiche terapie. Per esempio, se è vero che è inutile allargare un vaso ostruito, con uno stent coronarico, a chi arriva al pronto soccorso con un non meglio identificato dolore al petto, è anche vero che questo tipo di intervento può cambiare il destino di una persona con infarto in corso.
Insomma, una volta varcata la soglia dell'ospedale, il «big killer» sembra sotto controllo.
Testo trascritto dalla pagina originale.