Maurizio Leigheb al Club Unione 3-06-2004

Corriere di Novara · 03/06/2004

Sergio Cima

Maurizio Leigheb al Club Unione 3-06-2004

Maurizio Leigheb è un viaggiatore professionista, noto al pubblico novarese per i suoi documentari che Rai Tre trasmette da circa dieci anni e i convegni, sempre affollati in cui racconta le sue avventure. Fa parte di quella categoria di turisti evoluti che si documentano prima di partire, hanno ben presente il metodo di indagine etnografico e riescono a raggiungere alti livelli di comunicazione con le civiltà visitate. Un processo lungo e dispendioso, «sta via anche dei mesi» ha ricordato la moglie, che trasforma il turista in antropologo. I risultati si notano: i resoconti di Leigheb non sono filmini scontati che propone l’amico di turno dopo una vacanza alle Maldive. Alla Club Unione, di cui era ospite, Leigheb ha portato due luoghi esotici, affascinanti e sconosciuti ai più: «da visitare al più presto però» ha ammonito «perché se fino a ora hanno resistito alla occidentalizzazione forzata in futuro saranno mete sempre più frequentate». L’isola di Socotra, nello Yemen del Sud, offre al visitatore una storia travagliata, una popolazione variopinta, e una natura incontaminata. Colonizzata anticamente da popolazioni nilotiche, in seguito raggiunta da semiti, indiani, schiavi arabi e neri del centro Africa, nei secoli è stata convertita al cristianesimo da San Tommaso, poi all’islamismo; nell’ottocento è stata colonizzata da portoghesi e inglesi; ha attraversato anche una rivoluzione marxista dopo di che divenne una base militare russa. Oggi è terra di integralismo mussulmano. L’isola resta irraggiungibile tra maggio e settembre periodo in cui è spazzata dai venti, per questo forse ha conservato spiagge bianchissime e soprattutto un entroterra dei più particolari al mondo. Delle ottocento specie vegetali che la popolano ben duecento sono endemiche: cioè originarie dell’isola e non si trovano altrove. Baie, lagune, grotte abitate, case decorate, fanno di Socotra una suggestiva isola di altri tempi.

Il secondo documentario proposto, che presto vedremo sugli schermi Rai, ha mostrato alcune popolazioni dell’Etiopia, roccaforte della cultura tribale africana. Qui Leigheb ha visitato civiltà “altre”, arcaiche, la cui vita è scandita dai ritmi dell’agricoltura nomade, della pastorizia e dei riti di iniziazione. Popolazioni apparentemente sfuggite all’abbraccio soffocante dell’occidente ma in realtà stravolte, in buona fede, dai missionari e, con meno innocenza, da altri visitatori che ne hanno mercificato la cultura e le tradizioni fino a snaturare il loro significato, «le donne volevano che fotografassimo i piattelli che inseriscono nel foro che pratica nelle labbra. Sanno che i turisti sono attratti da questa loro stranezza. E non è un caso che la dimensione dei piattelli sia aumentata da quando arrivarono i primi esploratori. Siamo di fronte a una tradizione che perde il suo senso profondo per diventare mera attrazione commerciale».

Come far convivere isolamento, tradizioni tribali e globalizzazione, come proteggere le altre civiltà senza tradire la nostra: queste le domande che le immagini dei documentari hanno evocato nei spettatori. Sicura la risposta dell’antropologo: «non dobbiamo imporre niente, non abbiamo il diritto, né il dovere, di esportare democrazia, le società che visito hanno un tasso di barbarie, ma anche la nostra, non illudiamoci. L’importante è conoscere queste civiltà e permettere che crescano seguendo i loro ritmi come è stato concesso a noi».

Sergio Cima

Testo dal file originale dell'autore.

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